Senza capo, nè coda. Nè tutto il resto. – “Marebito”

Ci sono pellicole che richiedono anni e anni di studio per essere realizzati. Che richiedono una raccolta di tale quantità di informazioni, in modo da rendere poi tutto più facile, una volta che si andrà a registrare sulla pellicola.

Ci sono assistenti del regista, amici del regista, sceneggiatori, aiuto sceneggiatori e, ovviamente, anche il regista che frugano per anni in archivi, leggono libri, guardano altre pellicole, intervistano esperti per riuscire ad entrare sempre di più nel mondo che stanno cercando di realizzare molto fedelmente. Poi ci sono gli altri.

Gli altri. Quelli che si svegliano la mattina in tutta tranquillità. Quelli che non hanno puntato la sveglia e quindi si ritrovano alle 10 e mezza ad aprire gli occhi, chiedendosi che ore sono e poi meravigliarsi per quanto hanno dormito, guardando l’orologio. Poi si alzano e fanno una tranquilla colazione. Latte, biscotti, succo d’arancia: il tutto mentre leggono il giornale della mattina, fattogli recapitare pochi minuti dopo la stampa. Poi, una volta finita la colazione, si alzano da tavola e vanno in bagno a lavarsi i denti. No, non sparecchiano perchè ci penserà qualcun altro. Due minuti, si sfregano i denti per due minuti. Trenta secondi nella parte superiore sinistra, trenta secondi nella parte superiore destra, trenta secondi nella parte inferiore sinistra e, infine, trenta secondi nella parte inferiore destra. Poi si sciacquano e, mettendo il cappuccio allo spazzolino, lo riposizionano nella sua posizione originaria. Poi, ancora in vestaglia e in ciabatte, si mettono seduti davanti alla propria scrivania, dove il computer è già acceso su un documento vuoto di testo. Facciamo un documento Word, d’accordo? Una volta seduti, cominciano a scrivere di quello che gli passa per la testa, prendendo spunto dalle cose, immagini o altro che vedono per la stanza. Senza documentazione precedente, senza informazioni dategli da esperti e senza aver letto nessun tipo di libro o di documento cartaceo scritto. Insomma, usando un termine coniato da esperti del settore, cominciano a scrivere “accazzo”.

Ecco, questo film è scritto con questa esatta tecnica di ideazione. La trama è scritta in questo modo: “C’era una volta un bel principe che amava una principessa, quando un giorno il bel princfadsfasi aifndsifndsiufnaisdfaafc…” eccetera eccetera. Tranne per il fatto che pure l’incipit sembrano fatti buttati a caso. Nessuna logica (o quasi). Sembra che nessuno sceneggiatore ci abbia perso più di cinque secondi a pensare su ogni svincolo narrativo della vicenda, facilitando così la creazione di un film totalmente folle e incomprensibilmente inutile, nel quale solo a dieci minuti dalla fine, si cerca un clamoroso salvataggio in corner, tramite una spiegazione campata per aria come non ne sentivo da tempo.

La pellicola di cui sto parlando è Marebito di Takashi Shimizu, uno che si è fatto notare per il buon Ju-On e poi ha pensato bene di smontarsi da solo la (poca) reputazione che si era creato. Il regista in questione si è guardato Peeping Tom ovvero L’Occhio Che Uccide e ha deciso di eliminare tutto il contesto sociale, il contesto psicologico e il contesto da buon film thriller pre-Psycho e tenersi solo l’idea di uno (scemo) che gira per città con una telecamera. Condito da millemila frasi che cercano di instaurare un simil discorso filosofico psicologico, per far capire meglio allo spettatore la mente (?) del protagonista. Frasi che sono per il 99% inutili e superflue, tranne quell’1% in cui si tira fuori dal cilindro una motivazione (in)conclusiva che farebbe alzare chiunque dalla poltrona per tirare il secchiello dei pop corn e dire “Ma andate a cagare”.

Giunti a questo punto, sarebbe meglio cominciare a spiegare la trama, più o meno, per filo e per segno, in modo da darvi un’idea della tale confusione di idee che c’è in questa pellicola. Esso si può vagamente dividere in tre parti che, essenzialmente, ballano con la propria nonna.

Parte prima. Questa parte è filmata per la maggior parte del tempo con la tecnica della visuale in prima persona, tramite l’uso della telecamera del protagonista. Ed è la parte più decente, a dire il vero. Masuoka è un cameraman. Va in giro a filmare gente e… spazi vuoti e… persone e… altri spazi vuoti, mentre la voce fuori campo ci martella tutto il tempo, raccontandoci il modo in cui il protagonista è completamente affascinato dal terrore e vuole provare una sensazione di intenso terrore per vedere se riesce ancora a provare emozioni. Un giorno, si imbatte in un video: esso è un servizio di un telegiornale che documenta il suicidio di un uomo avvenuto in metropolitana. No, non si è buttato sotto il treno. Sì, ha usato un coltellino e mirato alla testa. Va beh, poco importa. Fatto sta che Masuoka vede che l’uomo ha in volta una incredibile espressione di terrore. Cosa avrà visto? Come l’avrà visto? Quando l’avrà visto? Dove l’avrà visto? Bah. Quindi, con una logica completamente casuale, Masuoka prende la sua bella telecamerina e comincia a vagare per la stazione della metropolitana in cui si è consumato il tragico incidente. Il cameraman si imbatte in una porta, scende delle scale, altra porta che porta ad altre porte che portano ad altre scale che portano ad un’altra porta. Per cinque minuti, minimo, buoni buoni, Masuoka scende scale, apre porte. E la domanda sorge spontanea: “Dove (stracacchio) sta andando?!”. Per i corridoi sotterranei incontra l’uomo che si è suicidato con il coltellino. I due hanno una conversazione nella quale, il suicida, comincia a tirare fuori teorie sul centro della Terra e sull’esistenza di non morti ma nemmeno vivi. La Terra è vuota al centro, al centro ci abitano i Dero(s), la Terra è strana, le stelle sono in verità alieni, le stelle sono tante, milioni di milioni e via così. “Eh? I Deros? E che sono?” Sono la versione low budget dei vampiri. C’è chi ha i soldi e realizza film tipo Dracula di Bram Stoker di Coppola e c’è chi ha cinque yen e realizza Marebito. Insomma, il suicida sparisce, Masuoka ricomincia ad aprire porte e a scendere scale, fino a quando arriva ad un tunnel con una luce infondo. Io speravo che, nonostante fosse passata appena mezz’ora di film, stesse per morire ma, sfortunatamente, non è così. Perchè Masuoka arriva al centro della Terra e trova un nuovo mondo. E quì finisce la prima parte ovvero la parte con qualche brividino di tensione dovuto all’utilizzo della videocamera a mano. “Ah, ma allora è un film stile found footage o un simil mokumentary!” No.

Ho prurito proprio quì.

Parte seconda. Masuoka scopre un nuovo mondo all’interno della Terra. Ci sono montagne, sentieri tortuosi, caverne e paesaggi sconfinati. Nel quale non c’è un accidenti di un accidenti di nessuno. Ma proprio nessuno, eh. E gira, e gira, e gira, camminando per sentieri, fino a quando non incontra una ragazza legata con una catena in una piccola grotta. Quindi decide di fare quello che ogni persona sana di mente e con un filo di intelligenza avrebbe fatto: la libera e si porta a casa una ragazza completamente nuda, con una dentatura da vampiro, trovata incatenata in un luogo sconosciuto dall’umanità nel quale vivono creature non umane. Mi sembra legittimo. “Ah, ma allora è un film sul rapporto tra un uomo e una ragazza non umana e poi si innamorano?” No. La ragazza resta sveglia tre ore al giorno, per il resto dorme. Non mangia nulla e non fa nulla. Masuoka, quindi, cerca di accudirla e di farle imparare la lingua giapponese ma, niente, non funziona. Poi, il cameraman, si accorge di essere seguito da una persona con cappotto alla Humphrey Bogart e occhiali alla John Lennon che lo minaccia e gli dice di riportare la ragazza vampira (?) dove l’aveva trovata. Ma Masuoka se ne fotte altamente e decide di continuare ad andare in giro con la sua belle telecamerina a filmare, mentre entità disumane mettono in pericolo la propria vita, una ragazza vampira gli sta morendo sul pavimento di casa sua e una donna, che dice di essere sua moglie, continua a chiedergli dove abbia messo la figlia. Tenete a mente quest’ultima cosa perchè è fondamentale per la spiegazione totalmente paraculo che il “geniale” Shimizu ci riserva per il finale. Insomma, Masuoka non ha una idea di come accudire ‘sta poveretta. Fino a quando, si taglia accidentalmente un dito e esce del sangue. E, con una scena degna del peggiore dei film di vampiri (ma notevolmente superiore a Twilight, perchè ogni cosa sui vampiri realizzata fino ad ora è superiore a Twilight), ci viene mostrata la ragazza che annusa l’odore del sangue, si avvicina al nostro simpatico amico cameraman e comincia a succhiare il dito per bere. Fine della seconda parte.

Una vampiretta, dai.

Parte terza. E reggetevi forte, perchè se pensavate di aver sentito solo stupidaggini fino a questo momento, in questa terza parte, si punta al colpaccio e si cerca di battere il record di stupidità delle altre due parti. Finalmente, Masuoka ha capito come nutrire la ragazza vampira. Ed era ora, eh. Insomma, in un mondo occidentale in cui la figura fantastica del vampiro è piuttosto famosa, poi trovi una ragazza con dei canini così appuntiti da spaventare anche il Rottweiler del mio vicino, non ci si doveva mettere così tanto a capire con cosa si poteva nutrirla. Ha bisogno di sangue. Perciò, l’intrepido cameraman, esce di casa e comincia ad ammazzare la gente. Prima uccide una studentessa e poi la donna che diceva di essere la sua ex moglie, per raccogliere sangue da mettere in tante bottigliette di plastica da conservare in frigorifero. Vi ricordate l’uomo che lo pedinava, l’ibrido tra Bogart e Lennon in salsa orientale? Bene, telefona a Masuoka e assistiamo ad una delle telefonate più scadenti del cinema moderno. Masuoka dice che finalmente ha capito come nutrirla e quindi è stato bravo, l’altro uomo gli dice che ha ragione e mette giù. Fine. Cioè non è che combatte o assale il cameraman per riportare la ragazza nel mondo sotterraneo. No. “Oh, le ho dato del sangue. Adesso beve e mangia che è una meraviglia. Sono proprio stato bravo, alla facciaccia tua che dicevi che non ero capace.” “Hai ragione, scusami.” Clic. E sparisce. Va beh… Masuoka continua ad uccidere fino a quando, una volta, non trova la ragazza vampira, ma solo la casa completamente a soqquadro. Quindi, come tutti avrebbero deciso di fare in una situazione del genere, sale su un treno a caso, raggiunge una località marittima a caso e decide di stabilirsi lì, cercandosi un lavoro. Eh? Ma perchè mai? Con quale logica? Ma non vi preoccupate, perchè tempo di finire la frase “…E poi vorrei trovarmi un lavoro e rimanere quì”, che il simpatico protagonista è già di nuovo a casa. Bah. Torniamo indietro di qualche istante. Ricordate la donna che diceva di essere la sua ex moglie e che chiedeva notizie della figlia che era sparita? Reggetevi forte perchè state per assistere ad una delle spiegazioni più semplicistiche che abbia sentito per concludere una storia senza idee e in fretta e furia.

"Oddio, mi hanno rinnovato l'Infinity ma non ho il credito sufficiente!"

Il finale. Eh sì, ci vuole un paragrafo a parte. “Ma Masuoka ha scoperto quindi un mondo sotterraneo e ha interagito con simil vampiri?” No. “Come no?” No. Perchè la spiegazione di base è che Masuoka era matto. Quindi è tutto inventato. La vampira che teneva in casa non era altro che la figlia che aveva preso di nascosto dalla sua ex moglie, ovvero la donna che compare ogni venti minuti dicendolo di essere ma che non viene considerata minimamente. Perciò niente mondi sotterranei, niente uomini che si sono suicidati con un coltellino e che poi tornano dall’oltretomba per parlare con il protagonista, niente vampiri, niente Deros, niente di niente. Solo uno scemo: Masuoka. Il quale decide di suicidarsi a sua volta e viene portata dalla ragazza vampiro nel mondo sotterraneo. Ah beh, bello. Gran finale. Complimenti, Shimizu.

Cerco di tirare un po’ di conclusioni anche se cercare di tirare delle conclusioni in un film del genere mi sembra piuttosto difficile. Quindi Masuoka si è inventato tutto o no? Era solo una visione distorta del Mondo, da matto quale lui è, o no? La vampira era perciò sua figlia? Bah. Fatto sta che è una pellicola senza un capo né una coda. Né tutto il resto. Non si sa dove voglia andare a parare e non si sa di che cosa voglia parlare. Vuole spaventare ma non riesce. Vuole raccontare una storia ma non riesce. Ha dei personaggi inutili e senza spessore e non riesce a colpire nemmeno da quel punto di vista. Insomma, una noia terribile. Shimizu vuole tirare in ballo il terrore dello sconosciuto alla Freud o alla Lovecraft ma tutto quello che riesce a fare è un pastrocchio terribile con qualche accenno di tensione e un finale incredibilmente paraculo. Shimizu, non necessariamente se ti è venuto bene un film horror, vuol dire che devi continuare a sfornarne con idee degne di un ubriaco di paese, già brillo alle due del pomeriggio. Ah, e tra parentesi, mi devi un’ora e mezza della mia vita.

PS: “Ah, ma allora è un film drammatico sulla triste situazione mentale del protagonista?” Guarda, non lo so e non te lo saprei dire.

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