Altre due parole: Cinema. Ungherese. – “Taxidermia”

Cinema americano? Ne abbiamo a tonnellate, ma fa lo stesso, fa sempre comodo averne in più. Lo metta pure qua, grazie. Cinema francese? Un po’ ce n’è, ma basta che non sia peso, eh. No, è solo uno scatolone. Ah, allora si può fare, portatelo dentro. Un po’ di spagnolo? Dai, va bene, basta che non sia l’ennesimo thriller o horror diretto da uno che ha avuto a che fare con Balaguerò e che ora crede di essere il nuovo fenomeno del cinema europeo. Sì, non si preoccupi mister, ne abbiamo due scatoloni ma non sono pesanti. Perfetto, avete del cinema greco?

Eh no, mi dispiace, però alla prossima consegna possiamo provvedere. Va benissimo. Abbiamo del cinema cecoslovacco, se lo desidera. Di che genere? Drammatico. No, allora siamo a posto così. E di un etto di Cinema Ungherese, che ne dice? Di che tipo? Bah, è una roba strana. Cioè? Cioè è una roba strana, signore. Io mi limito a fare le consegne e a dirle quello che mi dice il mio capo. Quindi dovrei comprarlo a scatola chiusa? Diciamo di sì. Va beh, per questa volta proviamo. D’accordo, grazie signore. La bilancia dice che lo scatolone è di un etto e mezzo, va bene ugualmente? Sì, va bene. Perfetto, sono 1592 ore di visione. Ecco. Bene, mi ha dato 1600 ore ed ecco le sue 8 ore di resto. Arrivederci, alla prossima.

Non ho idea di come catalogare questo film. Probabilmente l’avrei dovuto mettere come parte seconda nella sezione “Non capisco ma mi adeguo” ma non me la sono sentito. A dire il vero, una delle poche cose che mi sono venute in mente, guardando questa pellicola, è che si tratta di una fiaba (un po’ dark e un po’ no) per adulti. Personaggi strambi, mondi realistici ma follemente caratterizzati, sport veramente estremi e comportamenti assurdi che risultano perfettamente normali se assunti dai pazzi protagonisti. Perciò parliamo di Taxidermia, un film del 2006 uscito direttamente dall’Ungheria. Paese che fino ad ora non avevo minimamente considerato dal punto di vista cinematografico ma che, dopo aver preso visione solo di questo film, posso ammettere che anche l’industria del cinema ungherese contemporaneo è nettamente superiore alla nostra. Evvai, superati anche dall’Ungheria.

Ma non siamo qui per dire che il cinema italiano contemporaneo fa abbastanza schifo. Anzi, a dire il vero mi sembra di averlo appena detto. Va beh, andiamo avanti che è meglio e parliamo della trama di questo pazzo, folle e matto film. Se me la ricordo bene. Il film si divide in 3 parti trattando 3 generazioni della stessa linea di discendenza. Cacchio, so già che farò una fatica immensa con i nome ungheresi a ricordarmi i personaggi.

La trama. Parte uno, Morosgoványi Vendel. Questa parte si svolge durante la Seconda Guerra Mondiale. Esso vive in un capanno malmesso fuori da una casa nella quale vivono una donna grassa, due ragazze giovani e un matto che fa discorsi per minuti e minuti sull’apparato genitale femminile. E’ un peccato: su Youtube non trovo nessun video dell’immenso monologo che viene fatto dal matto. Si rimane con gli occhi spalancati dallo stupore per poi esplodere dal ridere. Insomma, Moro (chiamiamolo così, per favore) ha anche dei problemi (mentali?) belli grossi. Tipo che gioca per ore con la fiamma di una candela, trasformando poi il suo stesso pene in un lanciafiamme. Sì, l’ho scritto per davvero, non guardatemi male. Oppure tipo che ha un rapporto abbastanza intenso con un maiale. Dove per “maiale” intendo l’animale. Il poveretto viene usato come schiavo dalla famiglia che vive nella casa a fianco al suo capanno. Quindi taglia l’erba, taglia la legna, ammazza gli animali e robe simili. Si prende dei gran insulti, delle gran urla e qualche bottarella. Ma, insomma, il poveretto non vorrebbe altro che un sano e semplice rapporto sessuale con una persona normale. Non ci credo: né di averlo scritto e né di aver guardato una roba del genere. Quindi Moro si riduce ad avere manie di voyeurismo e a fare robe che evito di scrivere qui. Poi, una notte, accade il patatrac. Come faccio a scriverlo? Cioè, ci dovrei girare attorno. Perchè no, non è una cosa semplice da scrivere. Oddio.. Insomma… Ehm. In una sequenza abbastanza confusa e strana, Moro copula con un maiale morto, credendo che sia la signora grassa e brutta che abita nella casa di fianco al suo capanno. Fatto sta che il matto, che fa il discorso iniziale, lo trova, la mattina seguente, con le braghe calate e addosso al maiale. Conseguenza: il matto spara a Moro in testa. Dopo qualche tempo, la signora grassa e brutta ha un bambino. Ora, io ho perso circa venti minuti chiedendomi se il figlio era di Moro, se quello che avevo appena visto era solo un viaggio mentale oppure se il figlio della signora era semplicemente di qualcun altro. Poi mi sono rotto di pensare e al ventunesimo minuto ho deciso di proseguire questo delirante film.

Va beh.

Ah, Wikipedia dice che Moro, prima, mette incinta la signora e, poi, si dedica al maiale. Problema risolto. Grazie Wiki, ti voglio bene.

Parte due, Balatony Kalman. Decine di anni dopo, troviamo il figlio della grassona signora diversamente magra. Esso si chiama Balatony Kalman ed è, reggetevi forti, nella nazionale ungherese della importantissima e prestigiosissima disciplina dell’abbuffata sportiva. Il ragazzone si innamora di una ragazza (?) piuttosto grossa (un’altra?) che strilla, per incitare gli atleti, durante tutta la scena iniziale della seconda parte. Robe tipo “Vai Ungheria! Vai Balatony!” oppure “Vai Balatony! Vai Ungheria!”. Ecco, immaginatevi questo con una voce abbastanza stridula, ma non troppo, e ripetuta millemila volte per pochi minuti. Avrei voluto tirare qualche cosa contro lo schermo per vedere se stava zitta ma quando ho pensato che il mio lancio e la mia soddisfazione momentanea sarebbero costate circa 500 euro, ho rinunciato e ho sperato che finisse presto. Insomma, il ragazzone e la ragazzona decidono di sposarsi e la donna rimane incinta. Se non fosse che durante il matrimonio, il compagno di squadra di Balatony frega la neo neo neo sposa all’amico (e che amico). E chi di voi che pensa che la fuga della sposa sia una cosa incredibilmente complessa, si sbaglia. “Ti prego! Scappa con me!” “Ok.” E via, verso nuovi orizzonti. Quindi il povero Kalman, rimane solo al proprio matrimonio. Questa seconda parte è un po’ così così, ma risulta particolarmente divertente durante le sequenze di abbuffata sportiva, nelle quale si vedono questi robi esseri umani incredibilmente grossi che ingurgitano roba da mangiare ad un frequenza impressionante. Ma, attenzione, gli infortuni sono dietro l’angolo e le mascelle si possono bloccare da un momento all’altro, causando la fine della vostra gara. E non sto scherzando, questo capita sul serio.

“Ai piatti di partenza. Impugnare i cucchiai. Mangiare!”

Giunti a questo punto, qualcuno comincerà a chiedersi “Ma per quale accidenti di motivo questo film si chiama Taxidermia?”. Eh, fino all’ora di film, mi stavo chiedendo la stessa cosa. Poi, per fortuna, arriva in soccorso la terza e ultima parte, salvando la mia fragile mente che stava già cominciando a pensare che il titolo del film fosse una maledettissima metafora sociale o una cosa del genere. E con questo, non dico che sono contro i titoli metaforici. Dico solo che, se guardo un film che si chiama Star Wars, almeno capisco subito a cosa starei andando incontro.

Parte tre, Balatony Lajoska. Esso è il figlio di Kalman e, finalmente, come professione fa il tassidermista. Si dice così, no? Insomma, la tassidermia è quella… Quell’… Hobby (?) nel quale si impagliano gli animali morti. Non c’è bisogno di dire che anche Lajoska è piuttosto fuori di testa: il ragazzo è magrolino, ha gli occhi spiritati e vive con il padre, Kalman, che è diventato una massa grassa informe ed enorme, incapace di muoversi dal solito angolo di appartamento, a causa del suo piiiiiiccolo problemino di peso. Inoltre, di fronte al padre, in piena casa, i due scemi si tengono una gabbia con dentro tre gatti, tenuti apposta in cattività per farli ingrassare a forza di carne. Carne che viene portata a casa da Lajoska che preleva direttamente dall’interno degli animali morti e non solo. Fatto sta che la loro vita prosegue tranquilla, fino a quando il figlioletto, un giorno, si dimentica la porta della gabbia dei gatti aperta. “Quindi i gatti scappano!” No. Quindi i gatti escono, mangiano Kalman, tirandogli fuori lo stomaco, e ritornano tranquillamente nella loro gabbia. Perciò Lajoska torna nella sua bottega, dopo aver ritrovato il padre morto, e si opera da solo. “Eh? Come, scusa?” Si opera da solo, ho detto. Si mette dentro una macchina, si inietta l’anestesia tranne che per il braccio destro, con il quale deve operare, e la testa e via, inizia l’intervento. Si svuota il corpo come se stesse facendo il processo di tassidermia su se stesso. Una volta svuotato tutto il corpo e liberato dagli organi, aziona un meccanismo che gli taglia il braccio non anestetizzato e la testa, trasformando il finale in una pippa megagalattica sull’arte, sul corpo, sulla morte e chi più ne ha più ne metta. Il classico finale che tu non hai bene idea che cosa stai vedendo ma sai solo che il film sta finendo. E non so se dire “Finalmente è finito” oppure “Bellino ma finalmente è finito”.

I’m sexy and I know it.

Insomma, questo film dove vuole andare a parare? Di questo, non ho la più pallida idea. Può essere un racconto metaforico dell’Ungheria dalla Seconda Guerra Mondiale fino ai giorni nostri, può essere una fiaba dark che coinvolge tre generazioni della stessa famiglia, più o meno. Non ne ho idea. So solo che non l’ho messo nella sezione “Non capisco ma mi adeguo” perchè questa pellicola è chiara: ha una storia, ha i suoi personaggi con i loro comportamenti assurdi. Ma è il fatto che è tutto assurdo in questo film, a trasmettere nello spettatore questo senso di quasi normalità, abituandolo alle pazzie che sta vedendo. Quindi, ad eccezione del finale filosofico/metaforico che è stato fatto probabilmente per dare un finale ed evitare di andare avanti per ore a mostrare assurdità, tutta la pellicola è così pazza da, alla fine, sembrare normale. E’ così strano da sembrare, alla fine, razionalmente logico con sé stesso. E non è assurdo nei suoi comportamenti in modo tale da indurre nello spettatore la tanto temuta domanda che è “Ma perchè?”. Tranne qualche scenetta, ovvio. Ma come qualcuno mi ha detto, in un film la dose di “No Reason” è sempre piuttosto importante.

ROAR?!

Concludendo, mi sento di dire che non è un brutto film, anzi. Se non altro, ho avuto la conferma che il cinema ungherese è superiore anche al nostro contemporaneo. Però mi aspettavo un po’ di più e sono rimasto un pelo deluso. Il film sembra sempre sottotono e sembra sempre che stia per esplodere mentre invece non lo fa mai. Però gli attori e le interpretazioni sono molto buone e la percentuale di assurdità è buona. Potrebbe fare di più ma…

PS: Troppa serietà, troppa. Chiedo scusa.

PPS: Ora che l’ho riletta, non l’ho trovata poi così troppo seria. Va bene, buon lavoro Giac Quentin.

PPPS: E’ l’ultimo, prometto. Ma questa scena, vi fa capire che genere di film è.

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