Zero gradi di separazione. Ormai. Purtroppo. – “Chernobyl Diaries”

C’era una volta un lenzuolo. A questo lenzuolo piaceva restare a letto perchè diceva che coprire i suoi padroncini nel momento in cui si recavano a dormire era la cosa più bella del mondo. Poi un giorno, arrivarono due fratelli in città. “Dobbiamo mostrarvi qualcosa che sconvolgerà le vostre vite!” diceva uno. “Ci serve solo un lenzuolo!” diceva l’altro. Allora il lenzuolo venne preso e steso contro una parete. Inizialmente era molto spaventato, non sapeva che gli stavano puntando contro.

Un fratello accese la macchina, che sparava luce, che cominciò a proiettare immagini in movimento. Un treno, delle persone, una fabbrica. Il panico iniziale si spense in poco tempo. I lenzuoli in tutto il mondo erano invasi da immagini in movimento, contenti di essere utilizzati in un’altra maniera oltre che nella camera da letto.

Ma il tempo passò e, per le persone, i lenzuoli non erano più grandi abbastanza. Loro volevano proiettare immagini in movimento su superfici più grandi. E allora, il lenzuolo ritornò nella camera da letto. E mentre ascoltava le voci delle immagini in movimento provenire dall’altra stanza, attendeva l’arrivo di quell’istante in cui i suoi padroncini preferiti tornavano a coprirsi con lui per riposarsi. Questa è la stupenda storia del Cinema vista da un lenzuolo.

E poi sono arrivate tre persone. I Tre Cavalieri dell’Apocalisse. Che so che in realtà sarebbero quattro ma la loro abilità è tale che sono riusciti a fare in tre quello che era prefissato per quattro. Questi sono i tre soggetti che nessuno avrebbe predetto cosa sarebbe successo quando si sarebbero incontrati. Anzi, nessuno avrebbe mai pensato che questi tre soggetti si incontrassero realmente. Fatto sta che nel Giugno del 2012 esce nei cinema Chernobyl Diaries, frutto dell’incontro di tre menti come queste a discapito di un poveretto, il regista, che prova a portare a casa la pagnotta per 90 minuti, facendo si che questa pellicola risulti attesa come il nuovo film di Boldi o come un team up tra i Fantastici 4 e Hannah Montana.

La trama. Togliamoci subito questo peso così passiamo alle cose importanti. Sei imbecilli accompagnati da un imbecille ucraino rimangono intrappolati nella città di Pripjat, disabitata e distante pochissimi kilometri da Chernobyl. E’ scontato scrivere che moriranno uno dietro l’altro. Wow, sento odore di Oscar.

Quindi cominciamo. Salga sul banco degli imputati il primo tester: Jesse McCartney.

“Ecco, tu mi interpreti l’intelligente del gruppo… Perfetto, ci siamo!”

Nel 2006 ero in prima superiore. In classe con me, c’era una ragazza che era super mega fan del caro Jesse. Era l’anno del suo primo album (almeno secondo Wikipedia), era l’anno in cui la sua popolarità è esplosa (almeno secondo Wikipedia) ed era l’anno in cui l’odio pre-Bieber cominciò a serpeggiare verso di lui (almeno secondo me). Insomma, questa ragazza attaccò un poster del caro Jesse in classe. Alla parete restò attaccato per circa due ore dopo le quali venne preso, delle patatine vennero appiccicate sopra agli occhi del ragazzo e gettato fuori dalla finestra, cadendo in un luogo impossibile da raggiungere se non da i Vigili del Fuoco, consentendo quindi gradevoli momenti di godimento durante le giornate di pioggia in cui si poteva assistere alla dissoluzione della carta con sopra stampata l’immagine di questo figliolo. Tutto questo per dire che Jesse McCartney è un cantantino figo che viene da una boy band e che con il cinema centra poco se non nulla. Fino a questo momento. Il ragazzo interpreta un turista americano in viaggio con la sua ragazza, alla quale vuole fare la proposta di matrimonio, e con un’amica appena mollata dal fidanzato. I tre arrivano a Kiev per trovare il fratello di lui, il quale propone al gruppo di fare, come avrete sentito nel trailer, del “turismo estremo”. L’unico del gruppo che inizialmente si oppone e si lascia trascinare nonostante sia molto contrariato dall’idea di questa gita è proprio il nostro caro Jesse. E voi capite che, se il membro intelligente e responsabile del gruppo viene interpretato da un membro di una boy band che apriva i concerti dei Backstreet Boys nel 2005, c’è qualcosa che non va. Come consolazione, posso rivelarvi che rimane sullo schermo i primi 40 minuti poi, grazie al cielo, sparisce in qualche modo. Come potrebbe andare peggio?

Oren Peli. Un nome, nessunissima garanzia. Caro Oren, io ti voglio bene. O anzi, mi correggo, io ti vorrei voler bene. Paranormal Activity mi è piaciuto molto ma, per favore, smetti di sputtanare milioni di dollari, sforzi e parole per sceneggiature e/o film penosi e mediocri. Mi hai deluso con Paranormal 2, mi hai fatto incazzare con Paranormal 3, mi stai facendo innervosire seriamente con questa pellicola e, cascasse il mondo, Paranormal 4 è l’ultima occasione che ti do. E questo perchè ti voglio bene, eh. Insomma, il caro Oren è l’ideatore del soggetto, scrittore della sceneggiatura insieme ad altri personaggi che approfondiremo dopo e, infine, produttore. Il film doveva inizialmente chiamarsi The Diary of Lawson Oxford ma, successivamente, è stato adattato per ambientarsi a Chernobyl e per comprendere più di un personaggio per farli morire in modi idioti e, spesso, incomprensibili. Fatto sta che, il caro Oren, riesce a costruire l’ennesima puttanata piena di cliché, comportamenti ai limiti dell’idiozia, mostri dall’aspetto incomprensibili, con un “finale patapim-patapam” ambientato il tutto in un capolavoro scenografico di Aleksandar Denic. Ma come potrebbe andare peggio? Un momento. Perchè seriamente può andare peggio?

“Mmh e poi qui ci metto un botto. O un oggetto che si sposta. O un botto con un oggetto che si sposta. Oppure un bel oggefsdnifjdsnfijnjm…”

Shane (e Carey) Van Dyke. Oh mio Dio. Sono arrivati alla vera Hollywood. Sono ormai tra noi. Nessuno può fermarli più. Questi due soggetti, fratelli, sono scrittori della sceneggiatura insieme al caro Oren. Ma Shane Van Dyke non vi dice nulla? E’ male, molto male. O, anzi, potrebbe essere un bene, a dire il vero. Egli è lo sceneggiatore, regista e protagonista indiscusso di, rullo di tamburi, Titanic II della Asylum. E per fortuna che i crediti sono al termine della pellicola o mi sarei alzato dalla poltroncina e sarei uscito dalla sala. Se Shane Van Dyke e famiglia riescono a realizzare un film del genere ad un livello simile, questo è il più lampante esempio del Sogno Americano, della ricerca della felicità, che avere “Van Dyke” nel cognome è piuttosto utile nel mondo del cinema.

Ma fottiti.

Come avrete capito, non può venire fuori una buona pellicola da tre soggetti del genere. Perchè ci troviamo davanti ad un film mediocre capace di uno-due spaventi di livello base, riassumibili nel classico “Bubusettete”, accompagnati da personaggi piatti come una pista di atterraggio di un aeroporto, interpretazioni da filmetto estivo e una sceneggiatura che tira avanti finché può, trascinando il tutto al “finale patapim-patapam”.

Chiamasi “Finale Patapim-Patapam” quell’arco di tempo (solitamente cinque minuti più o meno) in cui, per dare un finale all’intera faccenda, viene fatto accadere di tutto e di più con, solitamente, una logica che rasenta lo zero, lasciando lo spettatore incapace di pensare fino ai titoli di coda. Periodo nel quale una persona mediamente intelligente si accorge dell’accozzaglia di robe che sono successe accompagnando i primi dieci secondi della sequenza con una serie di insulti/bestemmie e chi più ne ha più ne metta. Questo film contiene esattamente questa tipologia di finale. Un finale scritto in dieci minuti, esagerando, privo di idee originali e messo insieme tanto per concludere la faccenda. Perchè per un’ora e venticinque minuti non accade quasi nulla ovvero personaggi che muoiono ad uno ad uno, scappando da un posto all’altro. Poi questo è quello che accade negli ultimi cinque minuti: I due sopravvissuti arrivano vicino al reattore di Chernobyl, cominciano a soffrire degli effetti delle radiazioni, arrivano i militari, sparano ad un sopravvissuto perchè si stava avvicinando troppo, prendono la ragazza rimasta, la portano in un centro di ricerca di qualche cosa, due scienziati parlano e dicono che non possono lasciarla andare e che tutti i soggetti erano fuggiti ma, per fortuna, l’allarme è rientrato, la ragazza viene sbattuta in una cella con tutti i mutanti, ricatturati dai militari, che si mangiano l’ultima sopravvissuta. Fine. Ovviamente, le cose più interessanti arrivano alla fine, non vengono approfondite e si termina con la morte di tutti i personaggi. Anzi, a dire il vero, è così poco originale e poco interessante questo finale con il governo che tiene nascosti i mutanti che non me ne frega nemmeno nulla. Quindi fottetevi tutti. Mutanti, Jesse, Oren, Shane e Carey, fottetevi.

E così anche io ho il mio finale patapim-patapum.

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