All the activity has lead to ‘sta minchia. – “Paranormal Activity 4”

Ehi! Sì, sono ancora vivo. Sì, respiro e scrivo ancora. Purtroppo per voi, direi. Una crisi del computer ha frenato la mia voglia ma credo di essere tornato. Ora è tutto più o meno normale, come prima, insomma. Ma intanto è passato del tempo e Novembre, puff, è volato via come niente. Come? Che dite? Non posso concludere un mese senza nemmeno una pseudo recensione? Siete proprio tanto insistenti, eh.

Quindi non è forse meglio ricominciare a scrivere con un classico di questo blog?

Allacciatevi le cinture e preparatevi ad un nuovo, estenuante e sempre più confuso viaggio in questo nuovo capitolo di in uno degli universi horror più proliferi degli ultimi anni. Sto parlando di Un Posto al Sole Paranormal Activity 4. Non siete entusiasti, eh? Dai, che avevate voglia di un po’ di sano (?) merdaio in pura tecnica mockumentary, dite la verità. Perchè siamo davanti ad una delle evoluzioni più evidenti in fatto di franchise di cinema dell’orrore degli ultimi anni se non decenni. Tutto molto Venerdì 13esco, non so se mi spiego. No, d’accordo, provo a spiegarmi.

Prologo numero 1.

Correvano gli anni ’80 e nelle sale imperversava il primo Venerdì 13. Campeggio abbandonato, lago con atmosfere brutte brutte e con ragazzi che prima pensano a come farsi l’amica uscita con loro e poi dopo come si monta la tenda. Grande successo, bene bravo bis. E via con un sequel. E poi un altro. E poi un altro ancora. E poi un altro ancora ancora. E via così. La serie termina quando il pubblico si stanca. Ma, come è normale che sia col passare del tempo, non esistono più le mezze stagioni, si stava meglio quando si stava peggio e si evolvono le strategie di marketing delle case produttive cinematografiche. Perciò ora posso affermare che Paranormal Activity equivale a casa con una scala a caso, rumori improvvisi, personaggi utili come manichini della Coin e finali incomprensibili. Cosa accomuna queste due saghe? Il fatto che ogni capitolo è uguale e, sotto sotto ma non troppo, non succede mai una mazza. Ma non è finita qui.

C’è pure il riassuntino iniziale.

Prologo numero 2.

Anno 2010: la Lionsgate lascia un enorme buco ad Halloween concludendo (momentaneamente) la saga del celebre Enigmista. La Paramount prende la palla al balzo e acquista il primo horror a caso per cominciare un proprio serial cinematografico.

Anno 2012: Cinque film (tre del cazzo, uno carino e una cagata giapponese apocrifa) per sentirmi dire dopo i titoli di coda dell’ultimo che “Questo è solo l’inizio”. Capisco prendersela con calma ma qui si tratta di prendere per il culo. E devo dire che ci stanno riuscendo bene.

Ora, avendo terminato il prologo in due parti, cominciamo ad analizzare questa cagata pellicola in diversi capitoli.

Parte prima ovvero quella in cui si cerca di raccontare la trama. Se ci fosse.

Perchè, provate ad indovinare, questa pellicola non ha trama. Come impostazione è praticamente uguale al secondo capitolo della saga senza, però, il pulisci piscina, uno dei personaggi più profondi visti finora nell’arco dei quattro film. Abbiamo la classica famigliola: Doug e Holly hanno due figli, la più o meno quindicenne Alex e il piccolo Wyatt. Le cose cominceranno a degenerare quando nella casa di fronte verrà ad abitare Katie con un bambino di nome Robbie che ha la mania di girare di notte, di fissare le porte senza motivo e, soprattutto, di comparire all’improvviso. Che gli venisse.. Per favore, non illudetevi che in questo film possa accadere qualcosa anche se questo incipit potrebbe farvi venire un pensierino del genere. Perchè, a meno che non siate interessati alle numerose battute sulle scoregge contenute nei primi dieci minuti, non succede assolutamente nulla. Su 88 minuti ne abbiamo probabilmente 75 in cui ci sono solo botti improvvisi, ombre che compaiono e scappano, un cazzo di gatto che salta da divano a divano e bambini che parlano con persone invisibili di notte per poi arrivare al classico mega-twist finale in cui succede il finimondo, ci sono due o tre fotogrammi che lasciano interdetto lo spettatore fino alla completa paralisi con la comparsa improvvisa dei titoli di coda. Ma al finale ci arriviamo dopo.

Intanto, per prepararvi, fate un po’ di stretching. Tipo così.

Parte seconda ovvero quella in cui dico di nuovo che i personaggi sono utili come i manichini della Coin.

Parliamoci chiaro. Alzi la mano chi è andato al cinema per vedere questo film e ha preteso che ci fosse una ricostruzione ultra realistica di una famiglia. Ecco, nessuno. Però, insomma, ci sono le sue cose strane. Non so se è più strano un coltello che cade inspiegabilmente dal soffitto o un bambino di tipo 5 anni che fa il bagno usando in contemporanea un Mac per guardare SpongeBob. Non so se è più inquietante un lampadario che si stacca uccidendo quasi la protagonista o il suo ragazzo che entra nella casa vuota della famiglia con le proprie chiavi, si apre il frigo, si prende da bere, gira per casa e accede al computer personale di Alex. Storia vera, lo giuro. Non so se è più demenziale che Robbie, il bambino della casa di fronte, rimanga a dormire dalla famiglia per tipo due settimane senza che nessuno si preoccupi di cercare la madre o che i protagonisti girano per le stanze e i corridoi con i computer in mano per usare la webcam come telecamera. Quindi, freghiamocene di questi personaggi che si recano a rispondere al telefono come se stessero facendo una passeggiata in spiaggia, che vanno a dormire completamente truccati, che hanno un computer megagalattico in cucina dedicato solo alle ricette o che narcotizzano la propria figlia con dei sonniferi senza dirle niente ma con il solo scopo di farla riposare meglio. E andiamo oltre.

Parte terza ovvero quella in cui cerchiamo di capire che c’è di nuovo in questo quarto film.

Di nuovo c’è il Kinect della X-Box 360 che viene usata come telecamera notturna ad infrarossi, regalandoci qualche buona sequenza con l’unica parte di semi-originalità in un’ora e mezza scarsa. Per il resto, assolutamente nulla.

A parte i soliti peni invisibili.

Parte quarta ovvero quella in cui si analizza i comportamenti del demone.

In ordine cronologico, nel terzo film, il demone era giovane. Si vedeva, poverino. Faceva della confusione, sbatteva porte e finestre, faceva esplodere robe (boh). Nel secondo film, stava maturando. Apriva e chiudeva gli sportelli dei mobili della cucina, apriva e chiudeva le porte con un po’ più di delicatezza e, finalmente, capisce come muoversi per casa di notte, accendendo e spegnendo le luci. Nel primo film, il nostro caro demone è diventato un ometto: risponde quando gli si fa una domanda, chiude le porte da bravo ragazzo e quando accende una luce, la spegne subito poco dopo. Quello che voglio denunciare in questo quarto paragrafo è che i demoni vanno seguiti anche una volta cresciuti. Non facciamo in modo che prendano una brutta strada, quella della criminalità. Diamo una possibilità a tutti i demoni. Specialmente al nostro demone, che scopriamo essere, ittito. A parte il fatto che qualcuno mi deve spiegare cosa cazzo ci fa un demone di una civiltà risalente a ormai quattromila anni fa, legato ad una famiglia del XX secolo massimo ma sorvoliamo. Perchè il nostro povero demone sta probabilmente passando una fase difficile della sua esistenza: ruba coltelli e li restituisce solo qualche ora dopo, fa precipitare lampadari, cerca di affogare un bambino e robe simili. Questo è un grido di aiuto, signori. Non trascuriamoli e stiamo vicino a loro. Poverini.

Parte quinta ovvero quella in cui dichiaro una grossa e massiccia presenza di SPOILER considerando che parliamo del finale.

Il ragazzo di Alex muore. La madre viene sbattuta in qua e in là e muore. Il padre e Alex sono fuori in auto e, quando entrano in casa, vedono il piccolo Wyatt entrare nella casa di fronte accompagnato da qualcuno. Il padre dice ad Alex di andare in casa mentre lui sarebbe andato a controllare la casa dei vicini. Alex va in casa e trova il cadavere del suo ragazzo nell’armadio quindi, leggermente spaventata, corre dai vicini per cercare il padre. Padre che si sta facendo trascinare sul pavimento della casa come si fa in spiaggia con gli amici per realizzare la pista delle biglie. Spunta fuori Katie con una faccia brutta brutta e la ragazza è costretta a scappare quando, all’improvviso, sente la voce del suo fratellino Wyatt che la chiama dal giardino. Alex corre come una matta, cerca di portare via Wyatt, il quale scopriamo essere Hunter del second film, ma non riesce. Gira la telecamera e vede questo.

Poi la rigira e vede questo.

Poi succede questo.

Poi registi, sceneggiatori e, tu per primo, Oren Peli andatevene ancora affanculo.

Ultima e sesta parte ovvero quella in cui faccio il punto della situazione e, puntualmente, mi incazzo.

Se Wyatt è Hunter, chi stracazzo è Robbie, il bambino di Katie? E chi cazzo è quell’esercito di donne? E che fine ha fatto il padre? E Alex muore o no? E che minchia centra il Messico che viene menzionato e citato mille volte per tutto il film? E perchè cacchio devo aspettare i titoli di coda per vedere un filmato di quindici secondi girato in un negozio di souvenir in cui spunta una donna dal nulla dicendo in spagnolo che “Questo è solo l’inizio”? Ma solo l’inizio, un paio di palle. Quattro film e mi dici che è solo l’inizio? Ma, soprattutto, che fine farà l’X-Box 360 visto che più nessuno della famiglia la userà mai più? No, perchè se qualcuno volesse recapitarmela non avrei problemi.

Perciò 2013, preparati che Paranormal Activity raddoppia. In primavera esce lo spin-off latino americano e in ottobre il quinto capitolo. Andale.

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