Poverino. – “100 metri dal Paradiso”

100-metri-dal-paradiso_coverNon scrivo da tanto, lo so bene. Ci potrebbero essere tante motivazioni che potrei scrivere. Gli impegni sono tanti, milioni di milioni. Ma ormai è inutile piangere sul latte scaldato e bevuto insieme a dei biscotti.

Poi, ieri sera, ho visto questo film. E non c’ho visto più. O meno, ho visto tutto fin troppo bene. Era un modo di dire, insomma. Ma come siamo pignoli.

Oggi parliamo di 100 metri dal Paradiso, diretto da Raffaele Verzillo (aaaaan) e scritto a 6 mani (SEI).

La trama. Un prete cerca dei modi per rinnovare l’immagine della Chiesa agli occhi dei più giovani, tentando di riaccendere la voglia di preghiera e robe simili. Quando gli viene bocciata l’applicazione per cellulari contenente le varie versioni musicali, tipo rap, pop e simili, dell’Ave Maria, gli viene il lampo geniale: creare la nazionale olimpica del Vaticano per i giochi di Londra 2012. Accompagnato da un padre ex atleta fallito col figlio che, bum, decide di entrare in convento perchè stancatosi delle gare d’atletica, dalla sorella del prete che filma gli allenamenti e le gare con una telecamera buona quasi quanto quelle che contengono caramelle che si trovano in tutte le bancarelle da fiera di paese, e da una serie di altri personaggi stereotipati, si qualificano e, alcuni di loro, riescono a competere.

Sulla trama ho poco da dire. Insomma, ho visto di peggio e non è nemmeno tutta questa banalità nel campo della commedia italiana. La realizzazione è mediocre, senza infamia e senza lode, la recitazione pure, gli effetti visivi (sì, ci sono pure degli effetti visivi) abbastanza decenti e la morale che deve passare, alla fine viene recepita chiaramente. Tra questo finale e un uomo al cinema col megafono che ti urla i, nemmeno troppo, metaforoni moralistici spiegandoteli per filo e per segno, c’è ben poca differenza. Anzi diciamo che si tratta di una rappresentazione cinematografica meta-moralistica di un uomo che urla col megafono messaggi di pace, di bene e di buona volontà. Amen. Ma insomma, allora qual’è il problema?

Il problema parte da prima che il film venga realizzato.

Il problema è che questo film è adatto per un mercoledì sera di Rete4 mentre c’è una semifinale di Champions League in contemporanea su un’altra rete. E’ adatto ad un passaggio pomeridiano su Telepace, TV2000, Tele PadrePio o su [inserisci qui un qualsiasi canale con minimo tre cifre nella numerazione del digitale terrestre]. Ci sono attori chiaramente presi da fiction, caratteristi che fanno comparse che non vedevi da minimo quindici anni, stereotipi africani che, nonostante l’uomo col megafono nella nostra testa continua a dirci “Siamo tutti uguali! Vedete? Siamo tutti uguali!”, ci mostrano un’immagine del continente tanto realistica quanto la canzone di Edoardo Vianello.

E anche con il nero che corre più veloce degli altri, siamo a posto con gli stereotipi."

Siamo i Watussi, siamo i Watussi…

Il problema è che, anche se il messaggio di uguaglianza che vuole passare è assolutamente corretto ed è giusto che si debba tentare nel trasmetterlo, tutta l’idea è costruita su una concezione non cinematografica ma da fiction televisiva anni ’90 o 2000. C’è tanta qualità quanto in un episodio qualsiasi di Un Medico in Famiglia. Ora, capisco che se sono arrivati ormai alla duemilionesima serie del successo queste fiction ci dovrebbe essere poco da discutere, ma invece ci sarebbe da incazzarsi. Da quando la televisione è entrata sempre più nelle nostre case, stiamo assistendo ad un appiattimento qualitativo riguardante i lavori di finzione che però si deve rapportare, per prima cosa, con le aspettative sempre maggiori degli spettatori, e per seconda cosa, con i progetti dei network, o come cacchio si chiamano, anche di altri continenti e non solo quelli dentro ai territori nazionali. Mentre dall’altra parte dell’oceano abbiamo star del cinema che si buttano nella televisione causa l’aumento di possibilità di raggiungimento degli spettatori e, soprattutto, l’incremento della qualità dei prodotti, noi abbiamo i pochi attori che abbiamo che cercano di scappare dal tubo catodico e, una volta raggiunto il cinema, alla domanda “Ma pensi poi di ritornare con un nuovo progetto in televisione?” ci si sente ricevere un enorme “Stocazzo”. Ma è anche vero che spesso la televisione riflette lo stato di un Paese.

100-metri-dal-paradiso-colonna-sonora-e-video-del-backstage

Fessure degli occhi che manco Steven Seagal.

Il problema è che questo film è uscito al cinema. AL CINEMA. Precisamente dall’11 al 13 maggio 2012 in 171 sale, nelle quali ha incassato la bellezza di circa 112 mila euro. Apperò, eh. Che botto al botteghino. E, dimmi, è stato prodotto dal Vaticano, vero? Mi piacerebbe potervelo dire. Sì, perchè questo film è stato prodotto da Rai Cinema (noi) che si è occupata di non so cosa perchè in rete non trovo notizie, dalla Scripta ovvero una società di produzione che ha realizzato un film sconosciuto e due episodi pilota per sit-com dei quali non si riesce a trovare nessuna informazione, dall’Apulia Film Commission che ha fornito la modica cifra di 57.000 euro e, rullo di tamburi, dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali (sempre noi) che ha regalato, perchè stiamo parlando di un regalo, 200.000 euro per la realizzazione di questa merda. Quando parlo di merda, in questo caso, mi sento anche un po’ in colpa. Si sente che c’è un minimo di impegno dietro per voler far passare il metaforone moralistico e la lezione di civiltà tramite una storiella simpatica e che fa sorridere. Ma non si può tollerare che una cosa del genere esca al cinema anche per soli cinque minuti invece di altri film colpevolmente non acquistati dalle case di distribuzione o messi in programmazione quando tutto il mondo, pure nel Kuwait, l’hanno già visto. Senza offesa per i kuwetesi kuweitiani kuweitini gli abitanti del Kuwait.

Insomma, per concludere, l’unica cosa che mi viene da pensare per questo film è “poverino”. Perchè non riesco a dire che è una schifezza, non ce la faccio a dire che è un progetto commerciale ignorante tanto per tirare su quattro lire, non posso. Un progetto piuttosto “catechista” intrappolato in una realtà di un Paese triste e decadente, con una dimensione cinematografica e televisiva squallida dalla quale non riusciamo più ad uscire da minimo vent’anni. Meno male che Silvio c’è.

Ora scusate ma sta iniziando Tempesta d’amore e vi devo lasciare. Alla prossima.

 

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