Venezia 70 – La Belle Vie

belle-vieUna volta arrivato a Venezia, sceso dal treno, preso il vaporetto sbagliato, accorto di aver preso il vaporetto sbagliato, sceso e preso il vaporetto giusto, arrivato in ostello, lasciato la valigia, preso un altro vaporetto per il Lido guardandomi attorno, invano, se sul mezzo con me c’era per caso qualche giornalista che avrei potuto riconoscere e recato a ritirare l’accredito, ho deciso di andare subito al primo film.

Primo ed unico film. Perchè o hai un accredito della madonna, o per i comuni mortali ci sarebbe stato solo questo da vedere alle due e mezzo del pomeriggio. Quindi prendo in mano il programma e guardo: La Belle Vie in Sala Darsena. Dove accidenti è la Sala Darsena. Cammino, seguo tre frecce e faccio lo stesso giro per tre volte, tornando sempre allo stesso punto: uno spiazzo, bloccato dalla sicurezza, con fotografi, giornalisti e cameraman. Ma dai che mi inizia il film. Chi cavolo deve passare?

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Loro.

Comunque, dopo qualche fotto scattata a caso con il cellulare, nelle quali sono riuscito a inquadrare qualcosa, a quanto pare, riesco finalmente a trovare la Sala. Entro, mi siedo, il cast entra in sala, applausi, le luci si spengono ma l’unica cosa che mi viene da pensare è questa: i posti sono piccoli. O sto seduto composto o rimango seduto composto o mi devo amputare le gambe. Cavolo.

Iniziamo, dai.

Iniziamo, dai.

Trama. Due ragazzi, Sylvain e Pierre, sono costantemente in fuga da un villaggio all’altro, con il padre Yves. Si nascondono per una ragione: il padre li ha sottratti, con il loro consenso, alla madre, la quale aveva ottenuto la custodia legale dopo il divorzio. Da quel momento, quindi, il padre è ricercato per rapimento di minori. Ma i ragazzi crescono, Pierre vuole più libertà e una notte scappa, attirando l’attenzione delle forze dell’ordine. Yves e Sylvain devono cambiare aria e trovano un altro alloggio temporaneo in una piccola barca vicino ad un paesino. Le cose cambiano quando Sylvain conosce Gilda e inizia a provare sentimenti verso di lei.

Insomma, se c’è una tipologia di film che mi sarei aspettato di vedere a Venezia, beh, è proprio questa: il classico film francese da Festival. C’è tutto: dialoghi sussurrati che portano a reazioni urlate ed esplosive, sguardi vacui verso l’orizzonte mentre si riflette sulla propria esistenza in compagnia o da soli e carrelli all’indietro mentre i personaggi corrono, ridendo.

Tipo esattamente così. Ma in due.

Tipo esattamente così. Ma in due.

Con questo non voglio assolutamente dire che ci troviamo davanti ad un brutto film, anzi. Si passa un’ora e mezza in compagnia di una bella pellicola, con personaggi ben costruiti e con una trama, nonostante la sua semplicità, piuttosto efficace. Le interpretazioni sono tutte buone e raggiungono un picco qualitativo quando parliamo di Zacharie Chasseriaud, il figlio minore Sylvain, e di Nicolas Bouchaud, il padre Yves.

Inoltre, nonostante ci si trovi davanti ad una pellicola che si dovrebbe concentrare prevalentemente sulle dinamiche tra i personaggi, sulle emozioni che essi provano e sui rapporti famigliari, l’esordiente nel mondo del lungometraggio, Jean Denizot, ci regala una buona dose di suspense, sviluppando in maniera molto efficace la tensione principalmente nella prima mezz’ora, durante la quale ancora non sappiamo da chi o da cosa i protagonisti stanno scappando, e durante la scena finale, forse la migliore per intensità, che riesce quasi a mozzare letteralmente il fiato, da un punto di vista sentimentale.

Nonostante Jean Denizot abbia alle spalle solo due cortometraggi, riesce, quindi, a scrivere una buona sceneggiatura, accompagnato da Frédérique Moreau, e a girare il tutto con una buona regia contornata, a tratti, con immagini ben costruite e notevoli per la loro composizione. Un esempio lo troviamo quando i fratelli tornano a casa di notte, sul dorso di un cavallo, con la luna piena che illumina il paesaggio, la quale evidenzia principalmente contorni delle figure in scena.

Concludendo, mi sento di dire che, nonostante con tutta probabilità non avrei mai scelto di vederlo se fosse uscito nel cinema della mia città, è stato oggetto di una piacevole visione, talvolta emozionante in maniera sia positiva che negativa (vedi annegamento del cane), con la quale non potevo iniziare in modo migliore la mia prima esperienza alla kermesse veneziana.

Non male Jean, ma ora fammi un film con dei robot. O con dei mostri. O con tutti e due, come ti pare.

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