Venezia 70 – Jigoku de naze warui (Why do you play in Hell?)

345998889508423000_26a6c16a_cChapeau. Giù il cappello. Già al secondo giorno, ci troviamo davanti al filmone per eccellenza dei primi quattro giorni. Dopo non so, non c’ero. Nonostante molti mi dicessero che questa era più una pellicola da Far East Festival di Udine, beh, non ha cambiato la mia opinione. Il fatto resta ed è che questo filmone era presentato a Venezia.

Un applauso per la selezione. Forza, fatelo.

La trama. Muto e Ikegami sono due boss di due differenti fazioni della Yakuza, la mafia giapponese. I due si odiano e si vogliono reciprocamente morti. Se non fosse che Ikegami è follemente innamorato della figlia di Muto, Michiko, la quale sembra iniziare una promettente carriera nel mondo dello spettacolo che viene bruscamente frenata dalla madre che stermina brutalmente una banda di killer inviata a casa propria per uccidere il marito, invece assente. Nessuna bustarella può evitarle il carcere perciò viene arrestata, condannata e imprigionata. Michiko, da possibile star, finisce per diventare una ragazza ribelle che, nonostante le continue possibilità per entrare nello show business che il padre le fornisce, decide di fare sempre di testa sua, provocando una scia di violenza e morte all’ennesima fuga da un set di un film di quart’ordine. Durante la fuga incontra Koji, un normalissimo ragazzo, innamorato segretamente di lei sin da giovane età, quando l’aveva vista nell’unico e celebre spot pubblicitario che Michiko aveva realizzato. Muto, furioso perchè aveva promesso alla moglie di far diventare la figlia una grande star del cinema mentre la ragazza riesce a mandare all’aria tutti i suoi tentativi, cerca e cattura Michiko e pure Koji. Ma il problema incombente è un altro: la moglie sta per essere scarcerata e Muto non vuole che scopra che ha fallito nel compito di far diventare la figlia, una grande attrice. Quindi, per salvarsi la vita, Koji si improvvisa regista ma, non conoscendo nulla del modo in cui si realizza un film, entrerà in contatto con Hirata e la sua crew di esaltati, i Fuck Bombers, che aspettano da sempre l’opportunità di realizzare un film grandioso.

E’ intricata, la trama, lo so. Ma questo è uno dei pregi assoluti di questo film. La storia è piuttosto elaborata ma non complessa da capire, anzi è veramente intuitiva. E anche quando ci sono dei pezzi che sembrano non andare al loro posto, tutto viene risolto nella fantastica mezz’ora finale nella quale sangue, risate e delirio la faranno da padroni. Un perfetto racconto corale pieno di pulp e di ironia, assolutamente non demenziale come nella maggior parte dei film del cinema giapponese, che non annoia un secondo, che non sbaglia nemmeno una mossa ed è capace di stupire più di una volta con numerosi colpi di scena. So che sembra che vi abbia raccontato tanto, scrivendo la trama appena qui sopra, ma, fidatevi, c’è molto di più.

Una pellicola incredibile che riesce ad unire momenti surreali, in tipico stile manga o anime giapponese (vedi Koji nella battaglia finale), ad una ultra-violenza, per niente fastidiosa ma totalmente grottesca, con una quantità enorme di umorismo, riuscendo a far ridere lo spettatore con una costanza impeccabile e rendendo veramente scorrevole la visione dell’intera pellicola che sembra durare molto meno delle effettive due ore circa.

Enorme.

Enorme.

Il tutto grazie ad una regia meravigliosa di Sion Sono, di cui colpevolmente non ho visto altro ma  sicuramente dopo questo filmone mi precipiterò a recuperare altri suoi lavori, che mantiene un ritmo velocissimo, frenetico e allucinato per l’intera pellicola, senza commettere passi falsi, senza annoiare mai. E, anche, grazie ad un cast straordinario capeggiato dall’enorme Jun Kunimura (Muto) e dal divertentissimo Shinichi Tsutsumi (Ikegami): una serie di attori perfetti nelle loro pazzi ruoli capaci di renderli così folli ma così umani nelle loro debolezze e nelle loro motivazioni.

Terminando questa pseudo-recensione, posso tranquillamente affermare che questo è un grande film diretto magistralmente da un regista che ne aveva scritto la prima sceneggiatura addirittura 15 anni fa. Sion Sono ci consegna una pellicola divertente, piena d’azione e di gore, veramente folle che trabocca di un amore spassionato per il cinema. Un amore verso il cinema al quale, il regista, riesce a dichiararsi con un film che possiede un approccio incredibilmente affettuoso e sentimentale alla settima arte. Da non perdere.

Ed, evidentemente, non sono stato l’unico a cui è piaciuto considerando che la seconda proiezione in Sala Grande, con il cast presente e la sala quasi piena, è terminata con un lunghissimo applauso e una standing ovation. Meritata.

Grandi.

Grandi.

Cento di questi, Sion. Cento di questi.

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