Venezia 70 – Tracks

tracks-01-620x350Mia Wasikowska. Dai, Alice di Tim Burton. Non l’hai visto, ok. Che altri film ha fatto? Eh, bella domanda. Però sì dai, è abbastanza famosa. Cioè non l’hai mai vista? Io sì. Esatto, l’ho vista in Alice di Tim Burton. Oh, insomma, c’era lei. Veniva a presentare il suo nuovo film. No, non dirige, recita solo. Un film nel deserto australiano con cammelli, aborigeni e ancora cammelli.

Che alle dieci del mattina, subito dopo un horror spettacolo, non è l’ideale. Va beh, sempre meglio questo di un film tedesco di tre ore suddiviso in cinquantanove capitoli con tanti dialoghi quanti i neuroni rimasti nel cervello di Marina Ripa di Meana. L’ho già detto che c’era anche lei?

Tutto questo per dire che l’ex signorina di Meana era nettamente più famosa della Wasikowska in questione, secondo il comune volgo nei pressi del Red Carpet. Pure la cinesina che girava con me non lo sapeva. Non conosceva nemmeno la Ripa, a dire il vero, e, alla domanda “Chi stracavolo è quella che ridono tutti?” (la domanda, originariamente in inglese, può non essere stata posta in questa maniera), le ho dovuto rispondere con un “Like Paris Hilton. But worse. A lot worse”. E si è accontentata. Ma torniamo a noi. La star della serata era lei, Mia Wasikowska. Il suo passaggio era accompagnato da persone che si chiedevano chi fosse e, dopo aver ascoltato la risposta, emettevano un suono più o meno lungo alzando le sopracciglia e terminando con la bocca incurvata in segno di perplessitudine. Non si dice perplessitudine, lo so. Allora in segno di perplessia. Insomma, rispondevano “Aaaaahn”. Quindi, la mattina dopo, mi sposto dal deserto australiano con killer sanguinario per ritrovarmi in un’altra sala con persone differenti ma sempre nello stesso deserto australiano con, però, cammelli. Cammelli ovunque.

Mia Wasikowska, nell'unica foto che è venuta decentemente nonostante i millemila tentativi.

Mia Wasikowska, nell’unica foto che è venuta decentemente nonostante i millemila tentativi.

La trama. Mia, che non si chiama così nella pellicola ma che per comodità chiamiamo con il suo vero nome perchè non ricordo assolutamente quello del personaggio, ha una famiglia sgangherata, segnata profondamente dalla perdita della madre. Decide quindi di intraprendere l’avventurosa impresa di attraversare l’Australia con [inserisci numero variabile] cammelli e un cane. Il tutto sponsorizzato dal National Geographic. Perchè va tutto bene fino a quando ti viene sete nel deserto. E li sì che sono cavoli amari.

Diciamolo subito: è un film abbastanza lento, psicologico e introverso, con uno sviluppo piuttosto prevedibile ed un finale telefonato più del cucchiaio di Maicosuel. Messo in chiaro questo, comunque non ci troviamo di fronte ad una brutta pellicola, anzi. Trattasi di un filmetto carino che, probabilmente, verrà prima trasmesso di giovedì sera su Sky Cinema Cult per poi passare un sabato sera su Rai 3, facendosi notare da massimo una quindicina di spettatori. Non male ma, escludendo la buona interpretazione della Wasikowska (scrivere il cognome ogni volta sta diventando impegnativo), si salva poco altro.

Ecco che arriva il finale, eccolo...

Ecco che arriva il finale, eccolo…

Quindi, come dicevo poco sopra, il punto principale è il personaggio interpretato da Mia. Un personaggio abbastanza ben caratterizzato che, a tratti, (e scusatemi per il paragone) sembra venir fuori da una pellicola Antonioniana: una ragazza che ama la solitudine, spesso confusa sulle scelte da prendere, incapace di trovare un proprio posto nel mondo e che affronta questa sfida proprio per cercare di dare un senso alla propria vita. Una sfida che, come viene definita nella pellicola, è una “impresa straordinaria fatta da una persona ordinaria”. Ma se in un primo momento ci sembra un personaggio appartenente alla tanto celebre parentesi dell’incomunicabilità, la seconda metà del film ci smentisce immediatamente, facendo “sciogliere” il personaggio, mettendolo gradualmente più a nudo, finendo per proseguire il tutto con una normale storia di formazione, grazie ad un ritrovamento di consapevolezza delle proprie problematiche psicologiche e al successivo tentativo di superamento, grazie appunto a questa sfida, pretesto per trovare il proprio percorso (“Track”) per una vita più serena e in pace con sé stessa.

Perciò, quando ci viene tolto un minimo di interesse verso il personaggio principale, il film perde gradualmente di intensità e diventa una sequenza di voice-over, di immagini al rallenty accompagnate da una colonna sonora evanescente e mistica, secondo la miglior tradizione di pellicole Indie.

Da segnalare la buona performance, secondo me nemmeno troppo recitata, di Roly Mintuma, nei panni di mr. Eddie (credo), ovvero la guida anziana che accompagna Mia per buona parte del viaggio che, grazie alle sue espressioni e nonostante la lingua a noi incomprensibile, riesce a comunicare qualche emozione in più di molti altri membri del cast.

Concludendo, e scrivendo anche che è il terzo film in tre giorni nel quale si uccide un cane, questo film è un interessante resoconto di una storia realmente accaduta, abbastanza coinvolgente e realizzata complessivamente in una buona maniera. La sufficienza la raggiunge tranquillamente, e probabilmente anche qualcosa in più, però parliamo di una pellicola che, nonostante sia di buona fattura, è destinata a perdersi nei meandri di una delle tante edizioni del Festival del Cinema di Venezia.

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