Venghino siori, venghino – Love Camp 7

love camp 7Che fatica. Non sapete che fatica per riuscire a tornare. Cioè, ero tranquillo in casa una mattina quando mi squilla il telefono: “Signore, lei ha vinto un viaggio”. Bene, che fortuna, mi dico. E dire che non avevo partecipato a nessun concorso, almeno mi sembrava.

Preparo le valigie, metto dentro un po’ di tutto perchè non mi hanno detto la destinazione (e trovarsi in montagna con solo costumi da bagno sarebbe una cosa scomoda) e mi faccio trovare davanti a casa come secondo indicazioni. Ora che ci penso era tutto molto criptico, sarei dovuto stare più attento. Passano a prendermi, provo a chiedere qualcosa all’autista ma non sa nulla, poi mi addormento. In auto mi addormento sempre. O chiedo “Tra quanto arriviamo?” o mi addormento. Meglio così per l’autista.

Mi risveglio nel 1969, non so come. Sono in una sala d’attesa quando sento delle voci provenire dalla stanza a fianco. Guardo dalla porta socchiusa. “Una saga spaziale con il cattivo che è il padre del protagonista e con la sorella del protagonista che non si sa che è la sorella e quindi il protagonista ci prova con lei fino a quando non scopre che lei è sua sorella”. Mugugni di dissenso. “Dei robot da un pianeta lontano vengono sul nostro e si picchiano con altri robot provenienti dallo stesso pianeta lontano”. Altri mugugni. Sposto lo sguardo su un cartello attaccato alla porta, recita “Hollywood, qui facciamo cinema”. Alzo un sopracciglio perplesso ma non mi pongo problemi sulla credibilità della scritta. “Va beh, allora un bel campo di concentramento in cui due agenti segreti dalle dubbie qualità vengono mandate a recuperare i progetti di una misteriosa arma”. Applausi scroscianti. I nazisti funzionano sempre.

Passa il tempo, faccio un giro per il 1969 e poi mi accorgo che al cinema è uscito il film di cui avevo sentito parlare quel pomeriggio di qualche mese fa: Love Camp 7, si chiama. Mai sentito di un campo di concentramento del genere, ho pensato. Poi lo guardo; un’ora e mezza di interminabile durata con scelte stilistiche discutibili e un budget complessivo riassumibile nel piano di realizzazione come “la paghetta del nipote del regista”. Devo tornare, ho pensato. Devo tornare e dire a tutti che i nazisti stanno tornando. Quindi, eccomi qui. Certo, i nazisti sono già tornati. Al cinema, al cinema! Che stavate pensando, eh? Tranquilli, su. E, con il senno di poi, Lee Frost, lo sconosciuto regista del film, ha avuto un’idea geniale che sarebbe stata sfruttata per i decenni a venire, inaugurando ufficialmente il filone della naziexploitation ovvero film di serie B con protagonisti i cattivi meno simpatici del ventesimo secolo.

Quei bei set di un tempo sul retro della casa della nonna del regista.

Quei bei set di un tempo sul retro della casa della nonna del regista.

La trama. Due agenti, Linda Harman e Grace Freeman (vi ho scritto i nomi ma sono più inutili della tavoletta copri water nei bagni pubblici), vengono spedite in questo speciale campo di concentramento nazista in cui le donne vengono imprigionate per, ehm, recare piacere agli ufficiali dell’esercito in pausa (il film si chiama Love Camp 7 non perchè si vogliono tutti bene). Le due devono mettersi in contatto con una scienziata in possesso di preziose informazioni. Le qualità richieste in questa missione non sono proprio le stesse di un Bond o di un Ethan Hunt ma diciamo che alla fine ce la fanno.

Che vogliamo dire su questo film? Creato apposta per mettere in scena brutali avvenimenti, riporta in scena gli unici cattivi della storia dell’umanità recente “autorizzati” nel post- seconda guerra mondiale. La pellicola è un grande classico da grindhouse (doppie proiezioni al cinema di film di serie B) che ha spalancato le porte allo sfruttamento dell’immagine nazista nel cinema di intrattenimento, dando il via a saghe come quella di Ilsa e alla decina di derivati italiani quasi tutti simili e diversificati solo dalla gamma di sevizie mostrate su schermo. Posso quasi dire che Love Camp 7 ha avuto un impatto a livello commerciale, ripeto commerciale, più grande de La caduta degli dei di Visconti dello stesso anno. Un film che, per quanto la sua qualità sia enormemente scarsa, è riuscito a farsi notare nella storia del cinema. Che, d’accordo, non stiamo parlando di capolavori ma si tratta di una pellicola in grado di segnare un punto di svolta nel cinema commerciale e di un genere sfruttato (male) ancora oggi. Uwe Boll con (quella sua merda di) Auschwitz docet.

"Se faccio il broncio, si capisce che sono un nazista cattivo?"

“Se faccio il broncio, si capisce che sono un nazista cattivo?”

Per il resto, Love Camp 7 dura un’ora e mezza ma senza le cosiddette scene che per il 1969 risultavano spinte che raccolsero problemi con la censura in giro per il mondo, ovvero minuti su minuti in cui gente si bacia in modo spinto mostrando seni e pettorali, probabilmente con l’ora e un quarto si sarebbe ricavato un film non più decente, non più di qualità, ma più sopportabile. Qualche litro di succo di pomodoro viene utilizzato ma nulla di ché e i personaggi sono caratterizzati con l’accetta. La non-recitazione da film porno di bassa lega fa il resto.

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